mercoledì 25 dicembre 2013

Verità pericolose
Già nel 1996 la Terra dei Fuochi si poteva salvare.

"Feste per i furbi", di Alberto Moravia


Natale, Capodanno, Befana, chissà perché le hanno messe tutte in fila, così vicine, queste feste. Così in fila, non sono feste, ma, per un poveraccio come me, sono un macello. E qui non si dice che uno non vorrebbe festeggiare il Santo Natale, il primo dell' Anno, l'Epifania; qui si vuol dire che i commercianti di roba da mangiare si appostano in quelle tre giornate come tanti briganti all'angolo della strada, così che, alle feste, uno ci arriva vestito e ne esce nudo.
Forse ai tempi che Berta filava, Natale, Capodanno e Befana erano feste sul serio, modeste ma sincere: ancora non c'erano l'organizzazione, la propaganda, lo sfruttamento. Ma dàgli, dàgli e dàgli,anche i più sciocchi si sono accorti che con le feste si poteva fare la speculazione; e così, adesso, la fanno.
Feste per i furbi, dunque, che vendono roba da mangiare; non per i poveretti che la comprano.
E tante volte ho pensato che per il pasticciere, per il pollarolo, per il macellaio, quelle sono feste davvero , anzi feste doppie: feste perché feste, e poi feste perché in quelle feste loro vendono dieci volte tanto quanto nei giorni che non c'è festa. E così, mentre il disgraziato festeggia le feste a mezza bocca, con la borsa vuota e la tavola scarsa, quelli le festeggiano sul serio,con la borsa piena e la tavola traboccante.
"Feste per i furbi", di Alberto Moravia
Roberto Saviano
Zero zero zero



Natale in casa Cupiello. Lettera di Tommasino.

sabato 2 novembre 2013

Europa : la peggior crisi umanitaria degli ultimi 60 anni

Secondo un’indagine della Croce Rossa, l’Europa sta vivendo la peggior crisi umanitaria degli ultimi 60 anni e la situazione continua a degradarsi.
L’Europa conosce un allarmante aumento della povertà, afferma la Federazione internazionale delle società della Croce Rossa. Cinque anni dopo l’inizio della crisi economica, più di 120 milioni di europei sono minacciati e i poveri diventano sempre più poveri.
Sulla base di un’indagine realizzata questa primavera, la federazione stila un bilancio inquietante. Fra il 2009 e il 2012, in 22 paesi europei il numero delle persone che dipendono dalla distribuzione di beni vitali delle società della Croce Rossa è aumentato del 75%.
“L’Europa è confrontata alla peggior crisi umanitaria degli ultimi 60 anni – ha affermato Bekele Geleta, segretario generale della federazione. Il rapporto, pubblicato a Ginevra, descrive i problemi esistenziali ai quali sono confrontati in diversi paesi sempre più lavoratori poveri e disoccupati di lunga data, i giovani, gli anziani, i migranti, le vittime dei tagli nelle spese pubbliche, soprattutto nella salute.
Potrebbero essere necessari anni per permettere agli esclusi di restaurare i loro mezzi di sussistenza.
“La vita di milioni di persone è stata sconvolta negli ultimi anni e la situazione continua a degradarsi. Moltissime persone vivono alla giornata e non hanno risparmi per far fronte a spese impreviste – ha affermato Bekele Geleta.
Dal 2008 in Francia si contano 350’000 poveri in più. Nel 2013 in Italia la Croce Rossa ha raddoppiato i suoi aiuti, portandoli a 400’000 persone. A Milano 50’000 persone ricevono un aiuto alimentare da parte della Croce Rossa italiana.
In Spagna, in cinque anni il numero di persone assistite dalla Croce Rossa sono passate da 900’000 a 2.4 milioni. In Lituania la Croce Rossa assiste 140’000 persone, 3.5 volte in più rispetto al 2009.
La metà della popolazione bulgara è considerata povera, mentre in Romania i poveri sono il 40% della popolazione. In 17 paesi dell’Unione europea, i poveri e gli esclusi formano un quinto della popolazione totale.
Nei paesi coperti dalle statistiche di Eurostat (Unione europea + Svizzera, Norvegia, Islanda, Turchia e Macedonia), più di 120 milioni di persone sono minacciate dalla povertà, contro i 6 milioni recensiti nel 2009. Fra queste, 43 milioni di persone soffrono la fame.
Altro segno delle conseguenze della crisi sul piano umanitario è la quantità crescente di persone che frequentano i dispensari e i centri sociali della Croce Rossa, per avere un trattamento medico o un aiuto finanziario per acquistare medicine.
N.B. : Lo scorso agosto, l’ufficio svizzero di statistica ha indicato che nel 2011 in Svizzera c’erano 580’000 poveri, il 7.6% della popolazione, persone singole con un reddito mensile inferiore a 2’200 franchi e famiglie (due adulti e due figli) con un reddito mensile inferiore a 4’050 franchi.

(Fonte : les chroniques de rorschach.blogspot.fr)

'A livella di Antonio de Curtis in arte Totò


In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio.

Italo Calvino


Coppie di fatto, unioni gay o sposi con rito civile: tutti al corso prematrimoniale laico - Il Fatto Quotidiano

Coppie di fatto, unioni gay o sposi con rito civile: tutti al corso prematrimoniale laico - Il Fatto Quotidiano

venerdì 18 ottobre 2013

Il suono di Verdi

Il suono di Verdi


Scrittori e automobilismo: la passione per la velocità

Scrittori e automobilismo: la passione per la velocità

Terza pagina: crisi e cultura

Terza pagina: crisi e cultura

Il settore vitivinicolo italiano

Il settore vitivinicolo italiano

Imparare dai grandi


Per Grazia Ricevuta (Nino Manfredi - 1970)

Report Investireste i vostri risparmi scommettendo sulle polizze vita dei malati terminali?

Report Investireste i vostri risparmi scommettendo sulle polizze vita dei malati terminali?
Cavolo: l'ortaggio più nutriente del mondo.

Svolta per l’Alzheimer, trovata sostanza che blocca i danni al cervello
SCIENZA
 RICERCA

Svolta per l’Alzheimer, trovata
sostanza che blocca i danni al cervello




Gli esperimenti sono stati compiuti solo sui topi ma in futuro saranno estesi anche agli essere umani

Punto di svolta nella ricerca contro l’Alzheimer. Ricercatori britannici hanno infatti scoperto una sostanza chimica in grado di prevenire la morte del tessuto cerebrale tipica di malattie neurodegenerative come appunto l’Alzheimer, ma anche il Parkinson e la corea di Huntington. 

Per ora si tratta di test effettuati su modello animale: nei topi, la molecola si è dimostrata in grado di prevenire la distruzione delle cellule cerebrali.

Il gruppo di ricerca dell’unità di Tossicologia del Medical Research Council, che ha sede presso l’Università di Leicester, si è focalizzato sui meccanismi di difesa naturali delle cellule cerebrali, riporta Science Translational Medicine. Ad esempio, quando un virus si impossessa di una cellula cerebrale, porta a un accumulo di proteine virali. Le cellule rispondono interrompendo quasi tutta la produzione di proteine al fine di fermare la diffusione del virus. Tuttavia, molte malattie neurodegenerative comportano la produzione di proteine difettose. Questo mette in moto lo stesso meccanismo di difesa, ma con conseguenze più gravi, perché la produzione di proteine si ferma per così tanto tempo che alla fine le cellule muoiono. Questo processo avviene in molte forme di neurodegenerazione: i ricercatori hanno messo a punto un composto che ha impedito l’avvio di questo meccanismo di difesa.

Il team è riuscito a dimostrare che topi con una malattia neurodegenerativa che aveva provocato gravi problemi di memoria e di movimento destinati a morire entro 12 settimane, se ricevevano il composto non mostravano alcun segno di deperimento del tessuto cerebrale.


La ricercatrice a capo dello studio, Giovanna Mallucci, ha detto alla Bbc on line:« I topi stanno assolutamente bene, è straordinario. Il composto ha completamente impedito la neurodegenerazione ed è il primo a dimostrarsi in grado di farlo. Certo, non possiamo ancora utilizzarlo sulle persone, ma possiamo iniziare a studiarlo per arrivare a mettere a punto farmaci che proteggano dai danni delle malattie neurodegenerative».

Il laboratorio della professoressa Mallucci sta testando il composto su altre forme di neurodegenerazione nei topi, ma i risultati non sono stati ancora pubblicati. 

Evoluzione, Science: “Da una unica specie. Si riscrive la storia” - Il Fatto Quotidiano

Evoluzione, Science: “Da una unica specie. Si riscrive la storia” - Il Fatto Quotidiano

domenica 13 ottobre 2013

L'audace colpo dei Soliti Ignoti

SPIAGGE ITALIANE:
Cala Mariolu, a nord di Arbatax, SARDEGNA.

http://www.beachadvisor.com/europa/italia/sardegna/ogliastra/baunei/spiaggia-libera-cala-mariolu-2/?utm_source=facebook&utm_medium=post&utm_campaign=fb_mare72_Cala
OLTRE L’EURO E L’ERA (ANTI)BERLUSCONIANA


Fabio Falchi :::: Mentre va in scena l’ultimo (?) atto di “Finale di partita all’italiana”, una commedia dell’assurdo che rischia di finire in tragedia per milioni di italiani, si moltiplicano gli articoli e le prese di posizione contro l’Eurozona (e non solo in rete). Su questo argomento, se particolare importanza hanno le analisi di Alberto Bagnai o Bruno Amoroso, si deve a Jacques Sapir l’aver fatto, con grande chiarezza e semplicità, il punto della situazione nel suo recente articolo “Lo scioglimento dell’euro, un’idea che si imporrà nei fatti”. (1) Sapir infatti dimostra che, mentre i media per ragioni politiche e ideologiche cercano di mettere in evidenza il fatto che la cosiddetta “ripresa” dovrebbe essere già cominciata, in realtà tutti gli indicatori economici provano il contrario.

Invero ciò non dovrebbe stupire granché gli italiani che vivono quotidianamente gli effetti della crisi sula loro pelle. Con l’indice della produzione industriale che ha perso ben venti punti percentuali dal 2007 (2), con il tasso di disoccupazione giovanile che ha superato addirittura il 40% (3), con una pressione tributaria simile a quella dei Paesi scandinavi ma con servizi da “terzo mondo”, (4) resi ancora più inefficienti o carenti dalla “macelleria sociale” degli ultimi governi, con il potere d’acquisto delle famiglia diminuito del 4,7% (5) e con il diffondersi della povertà in ampi strati della popolazione, anche a causa di una continua redistribuzione della ricchezza verso l’alto, pare ovvio che a un numero crescente di italiani non possa sfuggire quale sia la reale condizione del nostro Paese.

D’altronde, sarebbe difficile mettere in dubbio i vantaggi che l’euro ha arrecato alla Germania, la quale, grazie ad una politica (che alcuni hanno definito “clandestina” o anche “beggar the neighbour”, ossia “frega il tuo vicino”) incentrata sulle riforme del lavoro firmate da Peter Hartz (già capo del personale della Volkswagen), ha “esportato” tra i quattro e cinque milioni di disoccupati nei Paesi più “deboli” dell’Eurozona e incrementato enormemente il surplus della propria bilancia commerciale. In sostanza, fruendo di un cambio favorevole (l’euro di fatto è un “marco leggero”) e aumentando i profitti delle imprese a scapito del reddito dei lavoratori, la Germania, dopo l’inizio della crisi, ha triplicato il saldo positivo della bilancia commerciale con l’Italia, la Francia e la Spagna, che è passato dall’8,44% alla cifra stratosferica del 26,03%.

Un costo pagato anche da molti tedeschi, dato che il 10% della popolazione tedesca possiede il 53% della ricchezza nazionale (cresciuta tra il 2001 e il 2012 di circa 1400 miliardi di euro), mentre i “mini jobs”, contratti iperflessibili da circa 20 ore settimanali con uno stipendio di 450 euro netti, ormai riguardano 7,3 milioni di persone (il 70% delle quali non ha alcun altro reddito). (6) Eppure in Germania – in cui comunque vi è ancora uno Stato sociale tutt’altro che insignificante o inefficiente (non si deve dimenticare che la Germania ha potuto fare certe scelte partendo da posizioni di altissimo livello per quanto concerne la politica sociale) – è ampiamente diffusa dai media (che possono far leva su alcuni noti pregiudizi che caratterizzano la cultura tedesca) la concezione secondo cui i sacrifici dei tedeschi dipenderebbero dai danni compiuti delle “cicale” mediterranee. Un quadro ben distante dalla realtà, nonostante non si possano ignorare le gravi responsabilità delle classi dirigenti dell’Europa del sud.

Tra l’altro non è nemmeno vero che gli europei con l’introduzione dell’euro starebbero meglio o che la Germania sia la locomotiva d’Europa. Come scrive Bagnai, i dati provano che l’Eurozona si sta rivelando una sorta di gioco a somma zero in cui la Germania tira da una parte e gli altri da quella opposta. Inevitabile quindi ritenere che «la leadership tedesca abbia portato il nostro subcontinente alla catastrofe, allontanandoci in modo persistente e, nel prossimo futuro, irreversibile, dal tenore di vita dei paesi avanzati ai quali avremmo la legittima aspettativa di appartenere». (7)

Tuttavia, quel che più rileva non è tanto la valutazione dei costi economici e sociali derivanti dall’introduzione dell’euro quanto piuttosto il fatto che non è possibile porre rimedio agli squilibri che si sono generati nell’Eurozona finché si continuerà a difendere la moneta unica europea. Al riguardo, si deve tener presente che il “federalismo europeo” (“bandiera” di quegli europeisti che non sanno neppure distinguere l’Europa dall’Eurozona), oltre ai problemi politici che presenta (com’è noto un buon numero di Paesi dell’Ue, tra cui la Gran Bretagna, la Danimarca, la Svezia e la Polonia, non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla propria sovranità nazionale – ma in realtà ciò vale anche per la Francia e la stessa Germania), implicherebbe un gigantesco trasferimento di ricchezza dall’Europa del nord a quella del sud. E la Germania dovrebbe sopportare il 90 % del finanziamento di questa operazione, equivalente a circa 230 miliardi di euro all’anno (circa 2.300 miliardi in dieci anni), ossia tra l’8 % e il 9 % del suo Pil (altre stime arrivano perfino al 12,7 % del suo Pil). Chiunque può pertanto rendersi conto che sarebbe assai più facile che un cammello passasse attraverso la cruna di un ago.

Logico dunque che Jacques Sapir ritenga inevitabile l’abbandono della moneta unica europea e che, dopo aver preso in esame i possibili scenari che possono derivare dalla fine di Eurolandia, concluda: «Lo scioglimento dell’euro, in queste condizioni, non segnerebbe la fine dell’Europa, come si pretende, ma al contrario la sua rimonta nell’economia globale, e per di più una rimonta da cui potrebbero trarre beneficio in maniera massiccia, sia per la crescita che la nascita nel tempo di uno strumento di riserva, i paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa». (8)

Considerazioni e conclusioni – quelle di Sapir e Bagnai – che nella sostanza, a nostro giudizio, non si possono non condividere, anche perché fondate su analisi rigorose, nonché sull’ovvia constatazione che una moneta senza uno Stato è nel migliore dei casi un’assurdità (si badi che buona parte degli economisti che oggi difendono l’euro a spada tratta prima dell’introduzione dell’euro erano decisamente contrari alla moneta unica europea), così com’è assurdo pensare che sia possibile costruire il “federalismo europeo” tramite scelte politiche ed economiche del tutto contrarie agli interessi “reali” di chi dovrebbe compierle. E se ciò non bastasse si potrebbe pure ricordare che senza un “federalismo europeo” nulla o quasi si potrebbe fare contro la “speculazione finanziaria”.

Nondimeno, è palese che non è sufficiente, per comprendere la crisi di Eurolandia, considerare solo le questioni attinenti all’economia e alla finanza. Come spiegare altrimenti il fatto che una classe dirigente come quella italiana non cerchi in alcun modo di contrastare ma anzi favorisca una politica che sta devastando il nostro Paese? Per quale motivo cioè i nostri politici o meglio quei membri della nostra classe dirigente – politici o tecnocrati che siano – che tirano effettivamente le fila della politica italiana non si sono opposti né si oppongono nemmeno adesso a decisioni le cui conseguenze disastrose per l’Italia ormai sono evidenti a tutti coloro che hanno occhi per vedere? Insomma è certo che la Germania riesce a trarre il massimo profitto da una situazione geopolitica estremamente favorevole per la sua economia e che quindi l’euro è solo un aspetto, benché non marginale, del problema che si dovrebbe risolvere.

Non è certo un caso che l’introduzione dell’euro sia avvenuta il più rapidamente possibile dopo il crollo del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania, il cui significato politico può sfuggire solo a coloro che non conoscono (o fanno finta di non conoscere) gli ultimi centocinquanta anni della storia europea. In definitiva, è lecito affermare che la soluzione della “questione tedesca” era e rimane ancora il principale obiettivo dei “circoli euroatlantisti”, i quali non potrebbero tollerare che Eurolandia si sfasci e la Germania venga tentata – anche solo seguendo delle “direttrici geoeconomiche” – di “sbilanciarsi” dalla parte dei Brics (soprattutto in una fase storica in cui l’America, oltre ad avere serie difficoltà economiche, sembra priva di “iniziativa strategica” e incapace di contrastare con successo la crescita di altre potenze o di altri “poli geopolitici”, che cominciano pure a “fare pressione” per una radicale ridefinizione degli equilibri mondiali).

Da qui la necessità, secondo le “direttive strategiche” d’oltreoceano, per la classe dirigente italiana – che a partire dagli anni Novanta ha consapevolmente scelto di “liquidare” il patrimonio strategico nazionale a vantaggio dei “mercati” – di contribuire a qualsiasi costo alla soluzione della “questione tedesca”. E il compito fondamentale dell’Italia, secondo gli “strateghi euroatlantisti” consiste proprio nel favorire il più possibile la Germania (onde “saldarla” all’Atlantico), cedendo la propria sovranità non all’Europa (come invece molti intellettuali e giornalisti italiani affermano, scagliandosi contro gli italiani “brutti, sporchi e cattivi” ma “ignorando” che per milioni di italiani è un problema perfino, come si suol dire, mettere il pranzo insieme con la cena o che parecchie scuole non solo hanno”lesioni strutturali” ma hanno perfino problemi per acquistare la carta igienica), bensì ai tecnocrati di Bruxelles e alla Bce (la cui vera funzione non è un mistero per nessuno, tanto è vero che non occorre precisare a quali poteri la Bce debba rispondere).

Peraltro, si deve tener presente che non si tratta solo di “tradimento” del proprio Paese da parte della nostra classe dirigente (o almeno dei suoi membri più importanti), dato che quest’ultima condivide valori e stili di vita che la portano ad anteporre il cosiddetto ”mondo occidentale” all’Italia (problema estremamente serio se si considera pure l’americanizzazione della nostra società, in specie delle nuove generazioni). Inoltre la nostra classe dirigente e, in generale, le classi sociali più abbienti sono perfettamente consapevoli che mettere in discussione l’euro, rebus sic stantibus, comporterebbe anche mettere in discussione quei meccanismi di redistribuzione della ricchezza e quella “riforma” dello Stato sociale in base ai quali sarebbe assai poco significativa per le fasce sociali più deboli (ceti medio-bassi inclusi) perfino una crescita del Pil (che in ogni caso sarebbe assai modesta).

Ma appunto per questo l’euro costituisce quell’anello debole su cui bisognerebbe premere per poter spezzare la “catena geopolitica” che lega il nostro Paese a scelte e decisioni strategiche del tutto opposte a quelle che si dovrebbero prendere se si avesse veramente di mira l’interesse dell’Italia (e di conseguenza della stragrande maggioranza degli italiani), mentre continuando di questo passo tra qualche anno si rischia di non poter nemmeno più difendere alcuna sovranità nazionale, semplicemente perché con ogni probabilità non vi sarà più alcuno Stato italiano, ma solo un territorio deindustrializzato, utile come riserva di manodopera qualificata a basso costo.

E’ indubbio allora che prendere posizione contro l’Eurozona e le misure d’austerità imposte dalla Bce e dai tecnocrati di Bruxelles (indipendentemente dalla questione se sia meglio optare per due euro o tornare alla lira o scegliere altre soluzioni) sia essenziale per recuperare quella sovranità che è il presupposto necessario di ogni autentica politica (antiatlantista) che abbia come scopo quello di sottrarre lo Stato alla morsa dei “mercati”. Questo però è possibile – vale la pena di rimarcarlo – solo a patto che non si perdano di vista i reali rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Ue e si comprenda qual è la vera posta in gioco sotto il profilo geopolitico e geoeconomico, tanto più adesso che in Europa si sta facendo strada la proposta statunitense di creare un “mercato transatlantico”, che renderebbe impossibile una autentica unione politica europea, trasformando l’intera Europa in una “appendice occidentale” degli Usa – ad ulteriore conferma del ruolo determinante del “politico” se non lo si intende come sinonimo di “politica” ma (correttamente) come strategia per la soluzione dei conflitti tra diversi attori (geo)politici e/o sociali.

Si può pertanto ritenere che l’attuale crisi politica italiana possa influire ben poco sulle sorti del nostro Paese, mentre decisivo sarebbe sfruttare la (probabile) fine dell’era (anti)berlusconiana, mettendo da parte lo spirito di fazione, al fine di dar vita ad una nuova forza politica di tipo “nazional-popolare” (che tenga conto cioè anche dei codici culturali ancora, nonostante tutto, condivisi da non pochi italiani), il cui compito principale dovrebbe essere quello di impedire il declino dell’Italia (le cui conseguenze sarebbero gravissime, in primo luogo, proprio per i ceti popolari e medio-bassi). In quest’ottica si dovrebbero cercare collegamenti con altre forze politiche europee, anch’esse interessate ad un rifondazione dell’Europa che non implichi la dissoluzione della identità nazionale nel “mercato globale”, ossia evitando gli eccessi del nazionalismo e di qualsiasi forma di narcisismo identitario, e promuovendo invece sia la nascita di un “polo geopolitico e geoeconomico mediterraneo” distinto da (non opposto a) un “polo baltico” sia una alternativa alle dissennate politiche liberiste. Certo oggi la politica italiana non offre nulla di questo genere, ma una volta che si sia compresa la necessità di difendere le ragioni del cosiddetto “sovranismo” (che pure Jacques Sapir difende) non dovrebbe essere particolarmente arduo poter valutare e giudicare la situazione politica italiana ed europea sulla base di una coerente e “corretta” visione geopolitica, senza lasciarsi fuorviare da “ottusi” schemi concettuali economicistici.


* Fabio Falchi è redattore di “Eurasia” Rivista di studi geopolitici



Report Direttiva: NOMINE PUBBLICHE

Report Direttiva: NOMINE PUBBLICHE

mercoledì 9 ottobre 2013

I Nuovi Mostri

Una vita difficile.wmv

Laura Pausini & Eros Ramazotti - Nel blu dipinto di blu

DITTATURA E ARTE
http://www.arte.rai.it/articoli/dittatura-e-arte/4387/default.aspx


Isabella Rossellini dice addio al cinema: l’attrice si ritira per motivi di salute | Viva Cinema

Isabella Rossellini dice addio al cinema: l’attrice si ritira per motivi di salute | Viva Cinema


Massimo Bertolucci censurato
https://www.facebook.com/photo.php?v=10201245871807515&set=vb.1193185567&type=3
I pronomi combinati
http://impariamoitaliano.com/pcom22.htm

domenica 6 ottobre 2013

Esercizi di grammatica (livello B1-B2)
http://parliamoitaliano.altervista.org/grammatica-livello-intermedio-b1b2/


Preposizioni (Livello A1)

http://parliamoitaliano.altervista.org/preposizioni-semplici-4/

L'Antitroika: Il danno collaterale peggiore del modello tedesco

L'Antitroika: Il danno collaterale peggiore del modello tedesco: 15 mila dipendenti del colosso tecnologico tedesco Siemens  perderanno il proprio lavoro entro il 2014 . La totale assenza di qualunque f...

Vajont: quattro minuti che sconvolsero il mondo - Tv Svizzera

Zenzero potente antidolorifico senza gli effetti collaterali dell’ibuprofene e dell’aspirina.

Molteplici sono le proprietà terapeutiche dello zenzero, ne abbiamo parlato largamente, ottimo rimedio contro le nausee, antivirale, digestivo, antiossidante, una radice ricca di virtù. Oltre a ciò può essere antidolorifico , ottenendo effetti addirittura migliori rispetto all’aspirina , l’ibuprofene e il naprossene .

I ricercatori della University della Georgia hanno svolto uno studio a riguardo che ha coinvolto un gruppo di 74 studenti divisi in tre gruppi. Il risultato di questo studio ha evidenziato il potere antidolorifico dello zenzero in misura superiore ad un antidolorifico chimico. L’autore dello studio Chris Black , PhD, professore di kinesiologia alla Georgia College e all’ Università di Stato , spiega che gli studi confermano che lo zenzero è un agente anti – infiammatorio , il quale blocca lo stesso enzima che farmaci come l’aspirina , ibuprofene e naprossene bloccano, ma senza dannosi effetti collaterali che potrebbero avere i farmaci allopatici.

I ricercatori hanno diviso un gruppo di 74 studenti in tre gruppi , e ha dato loro a uno zenzero crudo , a un altro zenzero riscaldato , e a un altro placebo . I due gruppi che avevano utilizzato zenzero, dopo un esercizio fisico hanno dimostrato un 25% in meno di dolore muscolare rispetto al gruppo che aveva assunto il placebo.

Ecco un’ ennesima conferma dei poteri di questa radice, che può anche essere coltivata facilmente in casa.

http://ambientebio.it/zenzero-potente-antidolorifico-senza-gli-effetti-collaterali-dellibuprofene-e-dellaspirina/
Ginger powerful Painkiller without the side effects of ibuprofen and aspirin

There are many therapeutic properties of ginger, we talked about wide, excellent remedy against nauseas, antiviral, antioxidant, digestive, a rich root of virtue. Besides this may be, indeed even pain better than aspirin, ibuprofen and naproxen.

Researchers at the University of Georgia have done a study that involved a group of 74 students divided into three groups. The result of this study showed the Painkiller ginger power in excess of a painkiller. Study author Chris Black, PhD, Professor of Kinesiology at Georgia College and State University, explains that the studies confirm that Ginger has an anti-inflammatory agent, which blocks the same enzyme that drugs such as aspirin, ibuprofen and naproxen block, but without harmful side effects that might have the allopathic drugs.

The researchers divided a group of 74 students into three groups, and gave them a raw ginger, another heated, ginger and another placebo. The two groups that had used ginger, after physical exercise showed a 25% less muscle pain compared to the group that took a placebo.

Here is yet another confirmation of the powers of this root, which can also be grown easily at home.


Alberto Sordi - PICCOLA POSTA - il film (1955)

venerdì 4 ottobre 2013

Film: L'arciere di fuoco

Il deserto dei tartari

Staminali, positiva terapia sperimentale per malata sclerosi multipla - Il Fatto Quotidiano

Staminali, positiva terapia sperimentale per malata sclerosi multipla - Il Fatto Quotidiano


Le preziose mappature di arte.it

Le preziose mappature di arte.it
Nasce turbina sommersa low cost e made in Italy
Frendy Energy lancia prima turbina economica al mondo sommersa ad asse orizzontale: performance superiore rispetto ai concorrenti ad asse verticale. NEW YORK (WSI) - Stavolta non è prodotta in Cina ma in Italia. La prima turbina sommersa ad asse orizzontale economica e facilmente installabile porta la firma del gruppo Frendy Energy .
Torna l’auto ad aria: esiste e parla sardo
L’auto ad aria sembrava un sogno che da utopia si andava però a trasformarsi in un buco nero. L’avevano infatti data per spacciata quando si chiamava Eolo. Problemi tecnici e inconvenienti bloccavano la produzione in serie dell’automobile ecologica per eccellenza, visto che emette solo aria fredda. Ora si chiama AirPod ed è un’evoluzione del progetto. La bella notizia per noi italiani è che questo veicolo sarà prodotto (incrociando le dita) in Sardegna. Ci hanno creduto gli imprenditori cagliaritani di AirMobility (link: http://www.airmobility.it/) , che hanno strappato la licenza esclusiva per l’Italia. Sono convinti di riuscire a far partire una nuova filiera del settore automobilistico grazie al precedente accordo in India tra la Mdi – società francese, guidata dall’ex ingegnere di Formula Uno della Williams Guy Nègre, che detiene i diritti sul modello – e la Tata Motors. La fabbrica di Air Mobility si trova nel cagliaritano (Bolotana) e avrà caratteristiche standardizzate secondo un modello che verrà ripetuto in tutto il mondo, al fine di rendere più efficiente la produzione. Sono già impegnati 30 dipendenti e questa è già un’altra grande notizia per una regione così in difficoltà per quanto riguarda il tessuto industriale e lavorativo. Il progetto è stato presentato il 20 settembre a Cagliari durante la Settimana Europea per la Mobilità Sostenibile. Attualmente non è immatricolata come automobile, si guida tramite joystick ed è concepita come una city car, viste le dimensioni contenute (meno di due metri, più piccola di una Smart). Sono previsti 4 diversi modelli, per un veicolo che al momento costa sette mila euro e che può essere ricaricata in tre minuti, tramite appositi sistemi di pressurizzazione dell’aria o tramite ricarica da una presa elettrica (in questo caso ci vuole qualche ora). L’autonomia di AirPod è di tutto rispetto: tra i 120 e i 150 kilometri, con la possibilità di raggiungere la velocità di 130 km/h. Con una media di un euro di spesa in “carburante” è possibile percorrere un centinaio di kilometri, una opportunità per quanti vogliono risparmiare sul costo della benzina o del diesel delle classiche auto con motore a scoppio. «Il potenziale di sviluppo della tecnologia utilizzata dall’Air Pod è enorme, soprattutto se applicata non solo per la mobilità urbana, ma, per esempio, anche in campo agricolo», ha commentato l’assessore all’Industria, Antonello Liori. AirMobility si sta anche attrezzando sui social network: su Facebook c’è infatti la pagina di AirPod, con aggiornamenti di foto e video su quella che si presenta come la speranza per il futuro della mobilità sostenibile. Emanuele Rigitano

sabato 28 settembre 2013

«Noi, creativi che ce l'abbiamo fatta» - Video - Corriere TV

«Noi, creativi che ce l'abbiamo fatta» - Video - Corriere TV
FILUMENA MARTURANO Grandissimo classico napoletano

Jovanotti 47 anni!

Il de profundis dell’Italia industriale
Parliamo di svendita imminente del Paese, ma in realtà gran parte di esso è stato letteralmente comprato negli ultimi anni, quando la crisi e l’assoluta incapacità di gestirla da parte del sistema politico, ha reso conveniente l’acquisizione di centinaia di aziende e di produzioni in mano ad imprenditori già da molti anni poco disposti ad investire e ipnotizzati dalla rendita finanziaria. Del resto la promessa bipartisan del sistema politico a quello produttivo era, già dalla fine degli anni ’90, quella di ridurre i diritti del lavoro per supportare una competitività basata esclusivamente sui salari invece che sul prodotto e sull’innovazione: una vera follia dentro una globalizzazione che vedeva emergere Paesi con retribuzioni inarrivabili. Così è cominciato un logoramento di immagine e di posizione commerciale che ora ha raggiunto il suo acmè. Da tempo la telefonia è trasmigrata ai quattro angoli del mondo, nonostante l’Italia sia da sempre uno dei mercati più vasti e vivaci per il settore e ora ha preso il volo anche la Telecom, l’unica superstite. Ma ormai si tratta di pochi rimasugli di una gloria che fu schegge che sono già in procinto di passare in altre mani come Finmeccanica (l’Ansaldo sarà scorporata e venduta alla Siemens e altri due gruppi americani) o Eni. Rimane ben poco prima della svendita dei beni pubblici e della partenza di fatto degli ultimi grandi gruppi come la Fiat. Molto spesso però sfugge la dimensione del problema e sembra di parlare di cose astratte: invece facendo un elenco delle aziende acquisite negli ultimi anni si può avere un’idea concreta dell’avvitamento nel quale siamo. Entriamo anche se in maniera sommaria in questo purgatorio: Industria Agroalimentare Fiorucci Salumi della spagnola Campofrio Bertolli, Carapelli, Olio Sasso della spagnola Sos Star della Galina Blanca di Barcelona Riso Scotti controllata dalla spagnola Ebro Food Parmalat, Galbani, Locatelli, Invernizzi della francese Lactalis Pasta Del Verde della Molinos Del Plata (Spagna- Argentina) Eridania controllata della francese Cristalcalco Ferrari industria Casearia controllata dalla francese Bongrain Boschetti Alimentare della francese Financiere Lubersac Orzo Bimbo di Novartis Fattorie Scaldasole della francese Andros Gancia del magnate russo Rustam Tariko Pelati Antonino Russo controllata da Mitsubishi Chianti Gallo Nero azienda agricola comprata da un manager cinese Chianti Ruffino della america Constellation Brand Pernigotti della turca Toksoz Buitoni, San Pellegrino, Perugina, Motta, Antica Gelateria del Corso, Valle degli orti della Nestlè Peroni della sudafricana SabMille Algida, Confetture Santa Rosa e Riso Flora della Unilever Ar Alimentari della giapponese Princes Made in Italy della moda Loro Piana, Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma della francese Louis Vuitton Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi, Brioni, Pomellato, Richard Ginori, Calzature Sergio Rossi della francese Ppr di Henry Pinault Valentino (e licenza per il marchio Missoni) della Mayhoola del Qatar Belfe, Lario, Mandarina Duck, Coccinelle della coreana E – Land Giada della cinese Redstone Sergio Tacchini, diviso fra tre gruppi cinesi Ferrè della Paris Group di Dubai Industria Ferretti Yacht della Shandong Heawy industries Cifa (betoniere e macchine per l’edilizia) della cinese Zomlion Lamborghini, Ducati moto, Giugiaro design della Wolkswagen Diavia condizionatori della tedesca Webasto Magneti Marelli, Fiat Ferroviaria, Parizzi, Sasib Ferroviaria , Passoni & Villa della francese Alstom Avio (aerospazio) della statunitense General Electric Acciaierie Lucchini della russa Severstal Fiat Avio, della britannica Cinven Cucine Berloni, controllata dalla taiwanese Hcg Safilo (occhiali) dell’olandese Hal Holding Benelli del gruppo cinese Qian Jiang Sps Italiana Pack System dell’americana Pfm Edison dell’azienda di stato francese Edf Edilcuoghi, Edilgresdella turca Kale group Terziario Fastweb della svizzera Swisscom Loquendo leader nel riconoscimento vocale dell’americana Nuance BNL della francese BNP Paribas Costa Crociere dell’americana Carnival Standa dell’austriaca Billa Coin della Francese Pai Partners Omnitel alla britannica Vodafone Wind alla russa VimpelCom A questo elenco si potrebbe aggiungere quello della aziende che di fatto non producono più in Italia e hanno licenziato in massa Dainese: in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi. Geox: in Brasile, Cina, Vietnam e Serbia su circa 30. 000 lavoratori meno di 2. 000 sono italiani e andranno a scomparire. Bialetti: in Cina. Omsa: in Serbia. Rossignol: in Romania Ducati Energia in India e Croazia. Benetton: in Croazia. Calzedonia: in Bulgaria. Stefanel: in Croazia. Si tratta di una lista parziale, ancorché la più completa finora pubblicata, alla faccia dei paludati giornaloni e dei talk addomesticati: contiene i nomi di quelle imprese più o meno conosciute da tutti. Dal 2009 ad oggi sono state acquisite 363 aziende italiane per un controvalore di circa 47 miliardi di euro. Non è poco, soprattutto considerando considerando la scarsità di medie e grandi imprese del bel Paese e la future cessioni, delocalizzazioni, trasferimenti che di fatto lasceranno solo la miriade di micro aziende forse solo in grado di sopravvivere , ma non certo di garantire un rilancio del Paese. Tutto questo è stato possibile grazie alla totale mancanza di una politica industriale, alle privatizzazioni dissennate e alle svendite giusto per far cassa, a uno scorretto e opaco rapporto tra privato e pubblico, ma soprattutto al teorema radice del liberismo e della globalizzazione, anche quello rivelatosi una bugia, secondo la quale la proprietà di un’azienda non conta. Invece conta eccome e per vari motivi: il primo ovvio è che i profitti volano altrove, il secondo è che il plus valore del “nome”, dell’immagine di certi prodotti, pensiamo solo al cibo e alla moda, viene sfruttato da altri, il terzo è che tutta la rete di attività, servizi, indotto, vengono quasi sempre assorbiti altrove causando un’impoverimento locale e il quarto ancora più importante è che le attività di progettazione e di ideazione, le competenze, il sapere si trasferiscono depauperando le possibilità di futuro. Non è difficile capirlo. E tuttavia per quasi tre decenni ormai siamo vissuti dentro l’ossessione e l’adorazione degli “investimenti” dall’estero, essendo del tutto incapaci di sviluppare investimenti sani dentro il Paese. Salvo bloccarli quando l’ingresso di qualche gruppo estero nel Paese infastidiva i potentati locali. Ci siamo lasciati trascinare tutti dentro questo sciocchezzaio che in realtà mirava a un altro scopo: decretare il primato dei grandi gruppi economici e finanziari sulla politica, sugli stati e dunque sui diritti. Ci abbiamo creduto e ora siamo a mezzo servizio come cittadini ed eterni precari come lavoratori.

I Docenti Scapigliati: "L'istruzione verso la distruzione" (intervista a ...

I Docenti Scapigliati: "L'istruzione verso la distruzione" (intervista a ...: di Matteo Nucci, Il Messaggero , 29 Marzo 2012 fonte: QUI «A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzi...

venerdì 13 settembre 2013

Il grande Giuseppe Verdi.
Tassare la ricchezza, non il lavoro.
Il capolavoro della borghesia italiana negli ultimi 40 anni, è stato quello di spostare la tassazione dalla ricchezza al lavoro. C’è stato un tempo, fino agli anni Sessanta, in cui nessun dipendente pubblico o privato pagava le tasse, perché al di sotto della soglia minima di 3 milioni di lire annui. L’inflazione ha fatto sì che questo limite fosse ben presto superato da tutti i lavoratori, chiamati dunque a pagare le imposte su quello che ancora oggi viene definito “reddito da lavoro dipendente”. Purtroppo non è il “reddito” a venire tassato, ma il fatto stesso di lavorare. Per parlare di reddito, infatti, dovremmo considerare lo stipendio decurtato della somma necessaria alla sopravvivenza. Per intenderci: se ho uno stipendio di 2.000 euro e ne spendo 2.000 tra affitto, cibo e bollette, il mio reddito è ZERO. Quello che lo Stato tassa, dunque, non è il mio reddito, ma il mio lavoro. Sul fronte opposto, la ricchezza è stata invece progressivamente detassata: abolizione della tassa di successione, forfettizzazione delle aliquote sulle rendite, cancellazione dell’INVIM ecc. Così, se anche possedessi 10.000 ettari di terreno non messo a reddito, su quell’immensa ricchezza non pagherei un solo centesimo di imposte. In Italia, in conclusione, non viene tassata la ricchezza, ma il lavoro. E assistiamo all’assurdo di una popolazione che dal proprio lavoro paga i lussi e gli eccessi di una sparuta minoranza di straricchi assolutamente esentasse. E poiché qualche briciola delle tasse pagate (esclusivamente) da chi lavora va a finire nelle fauci dei partiti, non c’è ovviamente una sola forza politica che denunci o voglia cambiare questo stato di cose. Noi vogliamo pagare le tasse, certamente. Ma vogliamo che siano tassati i consumi, il reddito, le rendite, la ricchezza. Non il lavoro. O le persone, come già sta accadendo, non troveranno più conveniente lavorare, e si adatteranno a vivere dei loro risparmi o di espedienti. Pierangelo Filigheddu (Da Italians di Beppe Severgnini)
Un altro classico della cinematografia italiana: LA FAMIGLIA PASSAGUAI
No Tecnostress Day: consigli per il digital detox. E-mail, telefonate, navigazione online, tweet e social network: l’immersione nel digitale è continua e per molti lo è stata persino in vacanza. In Italia sono circa 2 milioni i lavoratori a rischio tecnostress che genera ansia, ipertensione, insonnia, attacchi di panico, disturbi alla memoria, calo della concentrazione. Le principali categorie a rischio sono networker, lavoratori Ict, operatori di call center, commercialisti, ma anche giornalisti, pubblicitari e analisti finanziari. Per prevenire questa nuova malattia professionale, oggi si celebra la sesta edizione di No Tecnostress Day, una giornata di disconnessione digitale promossa da Netdipendenza Onlus. Ma come disintossicarsi dall’eccesso di tecnologia di cui – per motivi di lavoro - non possiamo più fare a meno? Lo abbiamo chiesto ad Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus, e a Luigi Izzo, bioarchitetto esperto di “ufficio rilassante”.
Meditazione zen e campane tibetane. Il tecnostress è prodotto dal sovraccarico informativo cerebrale (information overload), che attiva la tensione psicofisica. Per questo, la meditazione, specie quella zen, aiuta a creare il vuoto mentale. “Il segreto sta nell’imparare a osservare i pensieri come le immagini di un film, focalizzando l’attenzione su colui che osserva” spiega Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus. “In questo modo si prende la giusta distanza dai pensieri, che iniziano ad allentare la presa cerebrale e si favorisce il rilassamento”. E’ utile anche la meditazione con le campane tibetane: “Si focalizza l’attenzione sul suono e quando i pensieri arrivano, si presta di nuovo ascolto ai suoni”. In questo modo si impara a gestire il flusso dei pensieri, che i dispositivi digitali amplificano grazie a tanti input che arrivano con telefonate, email, sms, tweet, ecc. (Da Repubblica 12/09/2013)
IL LAVORO DEL MODELLISTA

lunedì 9 settembre 2013

E qui un classico della filmografia italiana

Mostra del cinema di Venezia 2013

SETTE PREMI DA ASSEGNARE. Venezia, impazza il totoleone. Bertolucci: «Voglio essere sorpreso». Sabato verranno assegnati Leoni, Oselle e coppe Volpi.
VENEZIA - E' stato lo sport più praticato al Lido, sopratutto negli ultimi giorni: indovinare quali sono stati i film che hanno colpito al cuore la giuria presieduta da Bernardo Bertolucci, a quali andranno sabato sera Leoni, Oselle e coppe Volpi. Un Totoleone quanto mai arduo. Scommesse, conto delle stellette dei critici, avvistamenti veri o fasulli di presunti vincitori. Ma, soprattutto, si interroga sugli umori, i gusti, i legami del carismatico regista che aveva dichiarato di aver accettato per allegria e dato una sola indicazione su come avrebbe giudicato le opere: «Voglio essere sorpreso anche nelle premiazioni che faremo». Per la cronaca, trent'anni fa, nello stesso ruolo, scelse «Prenom Carmen» di Jean-Luc Godard per il Leone d'oro. Le uniche certezze sembrano essere che sarà un verdetto destinato a sorprendere e far discutere. Sette i premi da assegnare; Leone d'oro e Leone d'argento, Gran Premio della giuria, Coppa Volpi per attore e attrice, Oselle per sceneggiatura e miglior contributo tecnico e Premio Mastroianni a un giovane. Ricordando che i totoleoni sono il più delle volte smentiti - nel 2012 tutti davano per certo il trionfo di The Master di Anderson, vinse invece Pietas Kim Ki-Duk - ecco alcuni Leoni d'oro possibili. IL PIU ECUMENICO - Senza dubbio Philomena di Stephen Frears, in testa ale classifiche dei critici nazionali e internazionali e del gradimento del pubblico. Un film perfetto: scritto benissimo, girato benissimo, recitato benissimo. Ragione e sentimento affidate a una regale Judi Dench. Può mettere tutti d'accordo, ma proprio la sua perfezione potrebbe invece privilegiare l'ipotesi della Coppa Volpi alla protagonista. IL PIU' CINEFILO - Ha messo a dura prova gli spettatori Tsai Joaoyou (Cani randagi) del taiwanese Tsai Ming-liang, non storia, «non c'è un inizio e non c'è una fine» con scene culto: dodici minuti in cui il protagonista che mangia un cavolo e un produttore che precisa: «Non faccio film per il pubblico, questo regista è un maestro e bisogna tenerne conto». C'è chi giuria che si tratta, invece, solo di un bluff. I PIU INQUIETANTI - Se la sorpresa che cercano Bertolucci e suoi è di quelle che non ti abbandonano più, la gara sembra tra due registi europei. Philip Gröning e il suo la moglie del poliziotto, discesa in 59 capitolo nell'orrore di un gruppo di famiglia in un interno. E il greco Alexandros Avranas con Miss Violenza, uno schiaffo a chi guarda con una storia di violenza domestica, prostituzione e pedofilia. IL PIU SENTIMENTALE - Anche presidenti hanno un cuore. Tra i registi in gara c'è un amico carissimo di Bertolucci, Philippe Garrel, l'ultimo erede della Nouvelle Vague, con una storia molto personale, La jalousie, ben accolta al Lido. Chissà se la giuria troverà un posto per lui. IL PIU INATTACCABILE - L'annuncio che Kaze Tachinu (The Wind Rises) sarà l'ultimo film da regista di Hayao Miyazakilo ha eletto ufficialmente testamento artistico di un regista venerato in tutto il globo. Un Leone d'oro che sarebbe difficile contestare. IL PIU IMPROBABILE - L'ultima volta che un regista italiani ha vinto un Leone d'oro è stato nel 1998, Noi ridevamo di Gianni Amelio. Altamente improbabile che sia l'anno buono per riportarlo in patria. IL PIU SORPRENDENTE - Venezia 70 potrebbe chiudersi con un segnale a favore dei documentari. Barbera ne ha voluti due in gara, l'italiano Sacro Gra e l'americano The Unknown Known. La vera sorpresa, che farebbe entrare il verdetto della giuria nella leggenda festivaliera, potrebbe essere una coppa Volpi a Donald Rumsfeld. L'ha detto anche il regista Errol Morris, come sa fingere lui, neanche il più consumato degli attori. IL PIU CORAGGIOSO - Ha solo 25 anni il canadese Xavier Dolan: il suo Tom à la ferme ha lasciato il segno. Dargli il premio più importante sarebbe anche un modo per dire: largo ai giovani. Invito in cui Bertolucci crede sul serio. ZORAN E i SUOI FRATELLI - Intanto alcuni premi sono già arrivati. A Philomena è andato il Mouse d'oro e il Premio Taddei. Il Leoncino d'Oro Agiscuola per il Cinema è stato assegnato a Sacro Gra di Gianfranco Rosi. Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleott, vince il Premio del Pubblico Rarovideo della Settimana della Critica e la Menzione dei Critici del Mediterraneo che hanno anche premiato come miglior film delle Giornate degli Autori l'israeliano Bethlehem di Yuval Adler, della Settimana della critica Class Enemy dello sloveno Rok Biček e di Venezia 70 a Miss Violence. Il premio Fipresci assegnato dalla federazione internazionale dei critici va a Tom à la ferme di Dolan. Stefania Ulivi

Come fare le patatine fritte.

L'Italia trema.

sabato 31 agosto 2013

Pane e cioccolata. L'avete visto?
Ed ora, se siete stanchi di leggere e di guardare film, ricordatevi che in questo link (anche a destra in "materiali di apprendimento") troverete parecchi esercizi di vari livelli http://www.scudit.net/mdindice.htm
Ed ora una ricetta facilina. Biscotti al caffè farciti con crema al miele. Informazioni. DIFFICOLTÀ: Facile TEMPI DI PREPARAZIONE: Tra 30 minuti e 1 ora. Ingredienti Per 4 persone: burro grammi: 125 zucchero semolato grammi: 80 zucchero di canna grammi: 80 uovo 1 cacao grammi: 50 farina con lievito grammi: 200 farina di mandorle grammi: 50
DESCRIZIONE: Non sono una gran patita dei biscotti fatti in casa ma ci sono alcune eccezioni che mi fanno davvero impazzire, tipo i cookies americani che adoro oppure quelli di pasta frolla con la marmellata e anche questi qui di oggi morbidi, friabili e farciti. I biscotti che vi presento oggi sono un mix davvero irresistibile con il caffè e la farina di mandorle e il cacao…un trio insuperabile e la farcitura ne vogliamo parlare??? Una crema al miele delicata che si abbina favolosamente al tutto..Una pausa caffè cosi ti rimette al mondo, parola mia!!!! FASE 1: Amalgamate con il frullino il burro con lo zucchero semolato e di canna e aggiungere l' uovo. Lasciata amalgamare bene la crema e unite la farina, il cacao, il sale, il bicarbonato, il caffè. Continuate con il frullino ad amalgamare bene il tutto e formate delle palline poco piu' piccole di quelle da golf (con il porzionatore per gelati vengono perfette) e sistematele ben distanziate di almeno 5 cm sulla piastra rivestita con carta forno e schiacciatele leggermente. Cuocete in forno a 190/200 gradi per circa 10 minuti(appena si colorano sotto toglieteli anche se sopra vi sembrano ancora molli perchè si compattano una volta fuori dal forno). Lasciateli raffreddare e preparate la crema. Crema al miele: 90g di burro 2 cucchiaia di zucchero a velo 2 cucchiaia di miele di acacia Sbattete con il frullino il burro e lo zucchero a velo fino a quando non ottenete un composto chiaro e soffice. Unite quindi il miele e amalgamare al burro. Spalmate la crema su metà biscotto e uniteli a due.
Agli italiani piace il mattone estero: acquisti in crescita a 42mila case Nonostante l'imposizione sugli investimenti oltreconfine, il mattone estero continua ad attirare i capitali italiani. Il 2013 si chiuderà con 42mila affari conclusi, il 5,5% in più sul 2012. I Paesi più gettonati: Stati Uniti e Svizzera per l'investimento, la Spagna per le opportunità 'low cost'. Cresce l'Uruguay
ROMA - Aumenta il numero delle famiglie italiane che acquistano case all'estero. Se lo scorso anno si è chiuso registrando un incremento delle compravendite del 13%, il 2013 dovrebbe vedere lo stock degli affari conclusi oltre confine attestarsi a quota 42.000 spuntando un più contenuto ma sempre significativo + 5,5%. Gallery. Occasioni all'estero per portafogli da 80mila a 1 milione di euro La perdurante incertezza dell'economia italiana e la scarsa competitività del mercato turistico nazionale indurrebbero un numero sempre maggiore di famiglie ad investire i propri risparmi nel mattone residenziale estero. "L'applicazione dell'Ivie, cioè l'Imu sugli investimenti immobiliari oltre confine - spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari - non sembra aver frenato il flusso di acquisti, anche se ha comportato una valutazione più attenta della normativa fiscale del Paese in cui si intende investire, dal momento che dall'importo dell'Ivie possono essere detratte le imposte patrimoniali già versate all'estero". I Paesi più gettonati continuano ad essere la Svizzera, la Spagna e gli Stati Uniti. La maggioranza degli acquisti negli States è concentrata a New York. Si tratta di investimenti di alto livello, realizzati quasi sempre per investimento. Le preferenze continuano ad essere concentrate sugli appartamenti di piccole dimensioni nelle top location, ma emerge un crescente interesse per le zone migliori di Brooklyn, dove i prezzi sono in aumento e si prevede una rivalutazione anche nel prossimo futuro. Quest'anno, a Miami gli italiani hanno già acquistato un migliaio di abitazioni, in buona parte concentrate nella zona di Miami Beach. Stabile l'interesse per le altre grandi città, quali Chicago, San Francisco e Boston. Tabelle. Il trend degli investimenti italiani all'estero "In Europa, Londra - spiega Paola Gianasso, responsabile mercati esteri di Scenari Immobiliari - continua ad essere la piazza dove si concentra la maggioranza degli acquisti nel Regno Unito. La capitale inglese sembra non aver risentito della crisi globale". Le richieste di alto livello si concentrano sugli appartamenti di piccole dimensioni nei quartieri più prestigiosi, come Chelsea, South Kensington e Belgravia. Gli investimenti in Francia sono in lieve diminuzione, guidati sempre dall'interesse per i piccoli appartamenti nelle aree di pregio di Parigi. In aumento l'interesse per la Svizzera, dove il trend del mercato immobiliare è stato uno dei migliori in Europa. Il primo semestre 2013 ha confermato il robusto flusso di acquisti a Lugano, soprattutto da parte delle famiglie lombarde. La classifica. I prezzi top delle case all'estero La Spagna è la meta preferita degli investimenti low cost dal momento che il mercato offre un'ampia gamma di occasioni a prezzi scontati, mediamente inferiori al 40%. Le occasioni più scontate sono concentrate lungo la costa meridionale. In America del Sud prosegue il forte interesse per il Brasile, anche se i diffusi problemi di sicurezza comportano una concentrazione degli investimenti in alcune zone, quali gli Stati nordorientali di Bahia e Alagoas, e quelli meridionali, in particolare Rio Grande do Sul. In aumento anche gli investimenti in Uruguay, dove l'interesse continua ad essere concentrato su Punta de l'Este. (31 agosto 2013)
Ancora un po' di cinema datato, un classico del grande cinema italiano

mercoledì 28 agosto 2013

Divorzio all'italiana
Totò a colori - Film completo

Il nome della rosa - Film completo

I primi chef creativi in Europa? Risalgono al periodo preistorico Già 6.100 anni fa si usavano le spezie in cucina per aromatizzare e migliorare i cibi da cuocere La passione gastronomica ha origini lontane. Anche gli uomini preistorici erano attenti a ciò che mettevano in bocca. Il cibo doveva essere gustoso e gratificare il palato. Le pietanze erano preparate con cura per allettare le papille gustative. E così, già 6.100 anni fa gli europei del Nord usavano le spezie «in cucina» per migliorare il sapore dei piatti. Aglio e senape erano gli ingredienti principali da aggiungere a carne, pesce e prime insalate fatte con vegetali raccolti, come riporta uno studio pubblicato sulla rivista Plos One. Non si tratta delle stesse sostanze che si trovano oggi nelle nostre dispense, ma di una pianta, l'Alliaria petiolata, in grado di dare aromi simili a quelli che conosciamo: i suoi semi macinati ricordano la senape e le foglie hanno il sentore di aglio. Le tracce di questo vegetale, ossia i residui di fitoliti, sono state trovate in diversi cocci archeologici di ceramica per la cottura, rinvenuti in Germania e Danimarca. Ebbene sì, nel settimo secolo avanti Cristo gli alimenti cotti erano un must tra gli europei del Nord. I RESIDUI TROVATI - «Abbiamo trovato una vasta gamma di fitoliti carbonizzati nei cocci, un chiaro segno che i cibi venivano cotti, e non siamo stati in grado di identificarli tutti», spiega Hayley Saul dell'Università di York, a capo della ricerca. Di conseguenza, non è chiaro se usassero soltanto un'unica pianta per speziare i cibi o diverse. Una cosa è certa: prima che iniziasse la transizione tra caccia e agricoltura di sicuro i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, disponevano di ricette molto più sofisticate di quelle che gli archeologi hanno pensato finora. Erano creativi nell'elaborare i piatti e apprezzavano le proprietà di molte piante che trovavano in giro». Con curiosità assaggiavano di tutto, dai fiori alle radici, per aumentare le possibilità dei menù. E non si dovevano preoccupavano di coltivare le spezie: per esempio l'alliaria era disponibile in natura e in quantità abbondanti. LE RICETTE DA CHEF - Oltre alle prime abilità da chef, un altro elemento contava in cucina: il bilanciamento del food. Il pasto doveva garantire un apporto sufficiente di calorie per tirare avanti, quindi i cuochi di 6 mila anni fa capivano l'importanza di aggiungere i grassi tra gli ingredienti. «Abbiamo effettuato pure un'analisi dei lipidi», sottolinea Saul, «per capire meglio la composizione chimica dei residui e abbiamo trovato i grassi: molti derivano dai pesci, altri da animali ruminanti, forse cervi e mucche». Rimangono alcuni dubbi: gli uomini preistorici hanno imparato a usare le spezie da soli o da altre popolazioni? Dove e quando? Può essere che l'utilizzo sia partito dalla zona del Baltico occidentale oppure dal Vicino Oriente. È tutto da verificare. Ma la pianta era davvero in grado di migliorare le ricette culinarie? «Ho preparato con le spezie i piatti mangiati dai cacciatori-raccoglitori», commenta la ricercatrice, «e sono buoni! Hanno un sapore fortissimo di senape». 26 agosto 2013 |